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13 novembre 2008

A distanza di una settimana ci posso credere.

Avevo detto che finchè non avessi visto non avrei creduto. Ho visto!

Ho visto l’America capire che l’assillo di pagare tasse che ti dimezzano lo stipendio non esiste, quando non hai lo stipendio.

E che forse forse vale la pena, per avere un’assistenza sanitaria per te e i tuoi figli, anche quando non lavori.

Che non te ne frega niente di quello che avviene dall’altra parte del mondo, di cercare presunti nemici della libertà, quando le fabbriche dell’Ohio chiudono e ti mandano a spasso.

Che forse il nemico non sta nel deserto iraqeno, ma nelle grandi metropoli in cui vivi, che dovresti interessarti di più alla General Motors, o alla Lehmann Brothers, che a Ahmadinejad e a Bin Laden.

Che la crisi non la pagheranno le banche, il governo Bush e la Fed, che l’hanno creata con le loro politiche economiche.

You may say i’m a dreamer, ma Obama è uno dei pochi politici rimasti capaci di emozionare, di non far sognare soltanto, ma di far credere nel cambiamento.

La sua voce alta e stentorea mette ancora i brividi, anche se non riuscirà a cambiare il mondo, anche se cercheranno di fermarlo, anche se gli interessi economici sono altissimi.

Yes we did it!

ps: come al solito, visto che in Italia il livello è basso, molto basso, i giornalisti dalla schiena dritta di casa nostra hanno dato il meglio anche in questa occasione.

Alle 2.10 del 5 novembre, mentre arrivavano risultati ormai decisivi per Obama, Rossella (non un pericoloso sovversivo comunista, Rossella, uno dei prediletti di Berlusconi) su Canale 5 da Mentana diceva che potevamo anche andare tutti a dormire, tanto era chiaro il risultato.

Nello stesso istante, invece, Vespa su Rai1 faceva dire al ministro Frattini (uno che di politica estera se ne intende, tanto da permettersi di saltare vertici internazionali per rimanere alle Maldive) che ancora “si rimarrà a seguire per molte ore, anche se alla fine il risultato potrà essere a valanga per l’uno o per l’altro”.

Alle 2.15, imperterrito, il mitico Vespa chiedeva se “si sarebbe aspettato un testa a testa come quello che stiamo vedendo” ad un giornalista americano, il quale lo guardava strano e gli rispondeva che non c’era nessun testa a testa.

Alle 2.19 ho spento e sono andato a dormire. Felice.

A distanza di una settimana ci posso credere.
Avevo detto che finchè non avessi visto non avrei creduto. Ho visto!
Ho visto l’America capire che l’assillo di pagare tasse che ti dimezzano lo stipendio non esiste, quando non hai lo stipendio.
E che forse forse vale la pena, per avere un’assistenza sanitaria per te e i tuoi figli, anche quando non lavori.
Che non te ne frega niente di quello che avviene dall’altra parte del mondo, di cercare presunti nemici della libertà, quando le fabbriche dell’Ohio chiudono e ti mandano a spasso.
Che forse il nemico non sta nel deserto iraqeno, ma nelle grandi metropoli in cui vivi, che dovresti interessarti di più alla General Motors, o alla Lehmann Brothers, che a Ahmadinejad e a Bin Laden.
Che la crisi non la pagheranno le banche, il governo Bush e la Fed, che l’hanno creata con le loro politiche economiche.
You may say i’m a dreamer, ma Obama è uno dei pochi politici rimasti capaci di emozionare, di non far sognare soltanto, ma di far credere nel cambiamento.
La sua voce alta e stentorea mette ancora i brividi, anche se non riuscirà a cambiare il mondo, anche se cercheranno di fermarlo, anche se gli interessi economici sono altissimi.
Yes we did it!
ps: come al solito, visto che in Italia il livello è basso, molto basso, i giornalisti dalla schiena dritta di casa nostra hanno dato il meglio anche in questa occasione.
Alle 2.10 del 5 novembre, mentre arrivavano risultati ormai decisivi per Obama, Rossella (non un pericoloso sovversivo comunista, Rossella, uno dei prediletti di Berlusconi) su Canale 5 da Mentana diceva che potevamo anche andare tutti a dormire, tanto era chiaro il risultato.

Nello stesso istante, invece, Vespa su Rai1 faceva dire al ministro Frattini (uno che di politica estera se ne intende, tanto da permettersi di saltare vertici internazionali per

The American Dream

Pubblicato: 10 dicembre 2009 in guardate, Non sono un uomo frivolo
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04 novembre 2008

For when we have faced down impossible odds, when we’ve been told we’re not ready or that we shouldn’t try or that we can’t, generations of Americans have responded with a simple creed that sums up the spirit of a people: Yes, we can. Yes, we can. Yes, we can.

It was a creed written into the founding documents that declared the destiny of a nation: Yes, we can.

It was whispered by slaves and abolitionists as they blazed a trail towards freedom through the darkest of nights: Yes, we can.

It was sung by immigrants as they struck out from distant shores and pioneers who pushed westward against an unforgiving wilderness: Yes, we can.

It was the call of workers who organized, women who reached for the ballot, a president who chose the moon as our new frontier, and a king who took us to the mountaintop and pointed the way to the promised land:

Yes, we can, to justice and equality.

Yes, we can, to opportunity and prosperity. Yes, we can heal this nation. Yes, we can repair this world. Yes, we can.

And so, tomorrow, as we take the campaign south and west, as we learn that the struggles of the textile workers in Spartanburg are not so different than the plight of the dishwasher in Las Vegas, that the hopes of the little girl who goes to the crumbling school in Dillon are the same as the dreams of the boy who learns on the streets of L.A., we will remember that there is something happening in America, that we are not as divided as our politics suggest, that we are one people, we are one nation.

And, together, we will begin the next great chapter in the American story, with three words that will ring from coast to coast, from sea to shining sea:

Yes, we can.